Fabio Di Vincenzo, Curatore delle collezioni antropologiche e paletnologiche, Museo di Storia Naturale, Università di Firenze
Il Pleistocene è un momento cruciale nell’evoluzione umana perché lì affondano le radici più antiche della nostra specie (Homo sapiens) e quella di altre specie umane estinte come i Neanderthal (Homo neanderthalensis) che sono per certi versi iconici del concetto stesso di “preistoria” oppure gli ancora elusivi Uomini di Denisova. Neanderthal e Denisoviani non sono nostri progenitori diretti ma con loro condividiamo un antenato più antico le cui caratteristiche solo negli ultimi anni si sono cominciate a delineare con maggiore chiarezza. Come possiamo caratterizzare evolutivamente tale ultimo antenato? Se guardiamo ai fossili oggi noti, vediamo che in Africa e in Eurasia si rinvengono a partire dalle fasi più antiche del Pleistocene Medio una serie di reperti umani con caratteristiche tra loro diversificate, distinti dalle morfologie più arcaiche riferibili a Homo erectus e diversi anche dalla variabilità dei Neanderthal e degli uomini moderni ma che a livello locale mostrano un numero crescente di caratteristiche in comune con tali specie umane successive. E’ quindi all’interno di tale variabilità ancestrale, che alcuni studiosi hanno proposto di raggruppare nel binomio latino Homo heidelbergensis, che occorre guardare per tracciare l’identità dell’ultimo antenato condiviso e comprendere le dinamiche evolutive che hanno portato infine alla nascita della nostra specie.
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